
La villa dominicale, di tipico impianto veneziano, probabilmente cinquecentesco, si sviluppa su tre piani ed è coperta da un tetto a padiglione. L’edificio ha assunto l’aspetto attuale in seguito al restauro del 1827 ed è circondato da un’area scoperta a parco di 4500 m² dove si possono ammirare diverse specie arboree centenarie tra cui querce, palme, tassi e maggiociondoli.
L’interno ha mantenuto l’aspetto ottocentesco con arredi originali e tempere che decorano la sala principale della fine del XIX secolo. La fusione tra gli oggetti che l’antica famiglia ha collezionato nel corso dei secoli e gli alberi centenari presenti nel parco, crea una suggestiva atmosfera che riporta alla mente l’armonia dei tempi passati. Secondo alcuni studi il parco,che rispecchia lo stile tipico del giardino all’italiana, fu il luogo dove il pittore Gregorio Lazzarini (1655 -1730), maestro del più celebre G. B. Tiepolo, iniziò a dipingere.
| Attualmente la residenza è di proprietà della stessa famiglia che l’acquistò alla fine dell’800. Nicolò Bornancini, podestà di Cinto Caomaggiore e proprietario terriero aveva acquistato la villa in occasione del suo matrimonio con la contessa Anita Bombarda, originaria di Portovecchio presso Portogruaro. Il Cav. Nicolò Bornancini scelse questa villa come regalo di nozze. Purtroppo la moglie Anita, morì due anni dopo aver dato alla luce una bimba, Caterina. |
| Il cavaliere Bombarda prese in casa un’istitutrice francese M.me Chappe che si occupò dell’educazione della figlia. Caterina, che come tutte le ragazze di buona famiglia del tempo, imparò a suonare il pianoforte grazie al maestro Goffredo Giarda del conservatorio Benedetto Marcello di Venezia, che era un grande amico del poeta Gabriele D’Annunzio. |
L’esistenza di una comunità a Cinto è testimoniata per la prima volta in un documento del 1192, in cui il patriarca di Aquileia Godoberto dona sei mansi da disboscare nella selva di Cinto. Il nome viene dunque strettamente associato alla natura boscosa del territorio circostante, il cosiddetto Waldum ossia la grande foresta planiziale che occupava ancora vasti territori della pianura padana. Se per la denominazione del paese si fa riferimento a questo importante documento del XII secolo, alcuni importanti ritrovamenti archeologici permettono di datare ad epoche ben più lontane i primi insediamenti umani nel territorio.
Due asce neolitiche ci confermano che il territorio su cui ora si trova Cinto era frequentato più di 4000 anni fa, probabilmente da cacciatori nomadi che qui si fermavano solo una parte dell’anno, seguendo gli spostamenti delle mandrie di animali selvatici.
Un’antica “patera” in marmo greco raffigurante in rilievo un’aquila che becca sul capo una lepre, inserita nelle mura esterne di Villa Bornancini e databile fra il XII e XIII secolo, è il più antico reperto oggi visibile sul territorio. Probabilmente un tempo ornava le mura esterne di un luogo di culto o di un importante edificio civico.








